D come derivati
Nella recente crisi finanziaria, un ruolo di primo piano è stato giocato dai contratti derivati. Ma cosa sono i derivati? Da dove vengono?
In principio i contratti derivati erano stati realizzati a supporto del commercio: si trattava di un perfezionamento dei contratti di compravendita a termine, quelli in base ai quali si stabilisce oggi il pagamento di una merce che sarà però consegnata fisicamente solo nel futuro. L’obiettivo della realizzazione di questi strumenti era quello di ridurre il rischio collegato alla variabilità del prezzo legato all’acquisto o alla vendita di un prodotto qualsiasi, rischio di cui abbiamo presentato alcune caratteristiche nel post precedente.
Per prevenire e “assicurare” questi rischi, gli imprenditori inventarono i contratti derivati. Il nome di “derivato” dipende dal fatto che questi contratti sono derivati dal prezzo o dal valore di una merce o di un prodotto finanziario sottostante. Per rifarci agli esempi precedenti, posso creare contratti derivati collegati al prezzo della farina, ma anche del metano, del petrolio o dell’elettricità sulle principali Borse merci, o derivati del tasso di cambio tra il dollaro e l’euro sui mercati internazionali delle valute, oppure del tasso di interesse bancario o anche dell’andamento della quotazione delle azioni di una determinata società X.
Esistono innumerevoli tipi di contratti derivati, realizzati tramite combinazioni di contratti di base che sono solitamente di due forme: una che riguarda i rischi connessi all’acquisto di una o più merci, azioni, denaro o valute (e delle combinazioni di queste), e la corrispondente forma che riguarda i rischi connessi alla vendita di una o più merci, azioni, denaro o valute. È possibile utilizzare i derivati per ridurre i rischi della variazione del cambio o del tasso di interesse.
Con un investimento minimo nei derivati ci si può assicurare, ad esempio, la possibilità di comprare o vendere grandi quantità di titoli o valute: il guadagno o la perdita dell’investimento sarà realizzato sulla differenza di valore del “paniere” sottostante, di dimensioni molto maggiori rispetto all’investimento iniziale. Si ha così l’effetto di moltiplicare l’investimento, effetto chiamato “leva finanziaria”, ed è per questo che i derivati consentono di realizzare grandi speculazioni ma anche di accollarsi ingenti rischi.
Alla scadenza del contratto derivato l’investitore potrà decidere di acquistare al prezzo pattuito per tempo e rivendere immediatamente al prezzo attuale di mercato il paniere garantito dal derivato, lucrando la differenza di valore che si è realizzata nel caso delle azioni oppure il differenziale del cambio se si tratta di valute, oppure potrù scegliere di non accettare la consegna dei titoli o della moneta, in caso di andamento sfavorevole, rimettendoci un valore corrispondente a una o più volte quello dell’investimento iniziale.
I derivati sono scambiati come titoli qualsiasi, con un prezzo e una quantità. In funzione dei mercati sui quali avviene la compravendita esistono due categorie di derivati. Esistono i derivati regolamentati, che assumono la forma di contratti standard, certificati da enti pubblici e compravenduti su Borse controllate nelle quali i partecipanti devono versare preventivamente su conti vincolati il valore dei derivati acquistati, in modo che la loro esposizione finanziaria possa essere costantemente monitorata dai mediatori (le case di compensazione o clearing houses) per ridurre al massimo i rischi di insolvenza. La dimensione di questi mercati finanziari si misura solitamente in termini di “valore nozionale” dei contratti, cioè del valore complessivo delle valute, delle merci, delle azioni sottostante ai derivati, il “valore assicurato” dai contratti che potremmo paragonare – con un’ardita semplificazione – al “premio” pagato per garantirsi dai rischi.
Esistono importanti piazze finanziarie per le contrattazioni regolamentate di derivati “standard”: a Londra ad esempio c’è il Liffe, che si occupa principalmente di derivati su titoli, tassi di interesse, valute e cambi; a New York esiste il Nymex, il New York Mercantile Exchange che è la maggior Borsa merci mondiale sulla quale sono scambiati i derivati che anno a che fare con un’enorme varietà di materie prime, prodotti e fonti di energia, dal petrolio al rame, dal metano all’elettricità; a Chicago tiene banco il Cbot, la Borsa merci agroalimentare più importante del mondo dove, tra l’altro, vengono scambiati anche contratti a termine sulla consegna di derrate come il mais, la soia, il grano. Derivati sul prezzo del petrolio vengono scambiati all’Interncontineal Exchange (Ice) di Londra, mentre ogni Borsa tra le principali al mondo ha un mercato dedicato esclusivamente agli scambi di derivati: al mercato milanese di Piazza Affari, ad esempio, sono scambiati derivati sull’andamento dello Standard & Poor’s Mib30, il paniere delle 30 azioni a maggior capitalizzazione, ma anche su singoli titoli e su altri strumenti ancora.
Questi contratti standardizzati appartengono a varie categorie, le principali delle quali sono quelle dei “futures” e delle “opzioni”, che identificano abbastanza chiaramente il loro collegamento al prezzo o al valore futuro di una merce o di un titolo come pure la possibilità di acquistarlo o venderlo.
Esiste però un’altra categoria di derivati: si tratta di strumenti finanziari non standardizzati né regolamentati, frutto della creatività di società tra le più disparate (e dalla diversa affidabilità), il cui commercio non è sottoposto ad alcun controllo ma si svolge a livello mondiale con un semplice accordo tra chi compra e chi vende, senza verifiche sui rischi di insolvenza, senza case di compensazione. Si tratta dei cosidetti derivati “over the counter”, cioè “da banco”, come i farmaci generici venduti nei vecchi drugstore statunitensi.
I derivati over the counter, detti anche Otc, sono la forma di strumento finanziario più innovativa, speculativa e rischiosa che i mercati mondiali abbiano mai conosciuto, l’ultima espressione di quella deregulation del denaro sostenuta con la massima decisione dal mondo della finanza.
La possibilità di ottenere grandi profitti dalla compravendita di contratti derivati, in ultima analisi, deriva dalla capacità di prevedere con largo anticipo l’andamento dei mercati e quindi di avvicinarsi il più possibile con le proprie analisi al livello che i prezzi delle merci, le quotazioni di titoli, i tassi di interesse e quelli di cambio raggiungeranno a una data prefissata.
Oltretutto, tra i derivati regolamentati e quelli Otc esiste una fondamentale differenza. I primi, grazie all’azione di controllo delle Borse e delle case di compensazione, consentono di ridurre al massimo i rischi di insolvenza dei partecipanti alle transazioni. In caso di mancato rispetto degli impegni assunti in uno qualsiasi di questi scambi, lo speculatore viene “bloccato” attraverso l’immediato incameramento delle garanzie che ha versato, finché non ha assolto ai propri obblighi. Si evita così che un investitore possa continuare a raddoppiare la posta delle sue “puntate” per coprire “buchi” precedenti, finendo in bancarotta – e coinvolgendo nel proprio dissesto anche le sue controparti – nel caso vada a vuoto il tentativo di rifarsi delle perdite, come accade spesso alla roulette.
Invece proprio la mancanza di qualsiasi autorità di controllo o “clearing house” rende ancora più rischiosi gli effetti di eventuali posizioni insolventi sul mercato dei derivati Otc. In queste transazioni, infatti, la regola è che la responsabilità della ricopertura delle posizioni inevase in caso di inadempienza passa da una mano all’altra lungo il percorso delle varie transazioni senza che esista alcuna rete di sicurezza, in un gioco all’ultimo respiro che finisce spesso col bruciare l’ultimo al quale è rimasto in mano il cerino del rischio.
Ecco da YouTube una interessante spiegazione del ruolo dei derivati nella crisi dei mutui subprime (ahimé, in inglese):
Beh, nella vita ci sono molti rischi. Anche quello di incontrare sulla propria strada gente come questa...
Bloodhound Gang
"Fire Water Burn"
Nicola Borzi




ciao a tutti!
vengo da una visita sui blog più diffusi.
non si parla altro del ddl Levi-Prodi. probabilmente ne avete già discusso.
a me sa di controllo politico!!!
Scritto da: Gianluca | 25/10/07 a 17:23