F come fame
F come fame.
Sensazione quasi dimenticata per molti tra noi.
Non per 854 milioni di persone che, secondo la Fao, ogni giorno vanno a dormire a stomaco vuoto.
Oggi è la Giornata mondiale dell'Alimentazione, come spiega Nicoletta Cottone in un bell'articolo pubblicato sul portale del «Sole-24 Ore».
Non ho da aggiungere nulla. Ma voglio riportare alcune riflessioni interessanti contenute in un bel libro di Viviane Forrester, «L’orrore economico», pubblicato in Italia da Ponte alle Grazie nel 1997.
«Passeggiare per i mercati - non quelli finanziari e mondiali, bensì quelli che propongono fiori, formaggio, spezie, selvaggina - procura sempre lo stesso piacere. Imperturbabile, la civiltà...
Certo, ci sono i mendicanti. Cartoni da imballaggio fungono da abitazione; il selciato da letto. Questa miseria negli angoli. Ma la vita nel suo insieme scorre, civile, piacevole, elegante, persino erotica. Le vetrine, i turisti, i vestiti, qualche albero, degli appuntamenti, tutto questo non è finito, non tende a finire.
Ma è proprio così? Certo, se accettiamo l’esistenza e i suoi paesaggi così come si presentano o vengono presentati, se aderiamo ai punti di vista consigliati, per non dire autorizzati, all’orientamento incoraggiato, se siamo d’accordo che siano sempre più avvantaggiati gli avvantaggiati e messi da parte gli altri, se scivoliamo secondo l’ordine previsto lungo la strada tracciata, se arriviamo fino ad approvare quello che ci rimproverano di consentire, vedremo solo l’armonia così confezionata; avremo accolto e fatto nostra la percezione di un mondo in accordo con i suoi abitanti, o per lo meno con un numero sempre più ridotto di loro (ma questo, ci avranno fornito tutti i modi di ignorarlo, di scordare di inquietarci). Avremo beneficiato di tutti i sotterfugi previsti per convincerci che non siamo, né saremo, chiunque noi siamo, dalla parte della sventura assoluta. […]
Giovane, di essere un’energia da subito e senza tregua, permanentemente disprezzata, tarpata; oppure, vecchio, una fatica che non trova riposo né, beninteso, il minimo benessere o la minima considerazione. Disperazione di questi “esclusi”, di quelli che stanno per diventarlo e dei quali ci si dimentica, ci si dimenticherà presto che sono ognuno disperatamente collocato all’interno di un nome, ognuno in una coscienza, se non sempre in un “domicilio fisso”. Ognuno vittima di questo corpo da nutrire, mettere al riparo, curare, far esistere, e che ingombra dolorosamente. Sono là con la loro età, le loro braccia, i loro capelli, le loro vene, la finezza complicata del loro sistema nervoso, il loro sesso, il loro stomaco. Con il loro tempo deteriorato. Con la loro nascita, per ciascuno l’inizio del mondo, la soglia del tempo che li ha portati dove sono.
Quel vecchio, per esempio, usato, vinto, maltrattato, spezzato, da tanto tempo spaventato, da tanto tempo con le spalle al muro, che non chiede neppure più l’elemosina. Quello sguardo così vecchio che la miseria stampa anche su volti giovani, financo su quelli dei neonati. Volti di quei bambini, in altri continenti, in tempi di carestia, neonati con visi di vecchi, visi da Auschwitz, precipitati nella privazione, la sofferenza, l’agonia di primo acchito, e che sembrano sapere, aver di primo acchito saputo tutto della nostra Storia, più sapienti dì chiunque altro sulla scienza dei secoli, come se avessero già provato tutto, conosciuto tutto di questo mondo che li respinge. […]
Questa aggregazione di anonimati la si ritrova, moltiplicata, in quelle folle immense abbandonate in altri continenti, popolazioni intere, talvolta, consegnate alla fame, alle epidemie, a tutte le forme di genocidio, e sovente sotto l’influenza di potentati graditi e supportati dalle grandi potenze. Moltitudini d’Africa, dell’America del Sud. Miseria del sub-continente indiano. Tanti altri. Numeri spaventosi, e l’indifferenza occidentale alla morte lenta o alle ecatombi che si verificano a distanze che sono quelle di banali destinazioni turistiche.
Indifferenza alle masse di esseri viventi sacrificati, qualche attimo di emozione, tuttavia, quando la televisione diffonde due o tre immagini di questi abbandoni, di queste torture, e noi ci inebriamo discretamente delle nostre magnanime indignazioni, della generosità delle nostre emozioni, delle strette al cuore che stanno alla base di una soddisfazione, ancora più discreta, di essere solo spettatori - però dominanti.
Solo spettatori? Sì. Ma noi lo siamo e siamo dunque dei testimoni: siamo informati. Volti e scene, le coorti di affamati, di deportati, i massacri arrivano alle nostre poltrone, ai nostri divani, talvolta in tempo reale, anche se attraverso gli schermi televisivi, fra due pubblicità.
La nostra indifferenza, la nostra passività di fronte a questo orrore lontano, ma anche a quello (meno numeroso, ma non meno doloroso) che ci è contiguo, fanno presagire pericoli peggiori.
Sembrano proteggerci dall’infelicità generale separandocene, ma è proprio questo che ci rende più fragili, che ci mette in pericolo. Perché siamo in pericolo, e proprio nel mezzo. Il disastro è innescato, e del tutto specifico. La sua arma più forte: la rapidità con la quale si instaura, la sua capacità di non generare inquietudine, di sembrare naturale. Di persuadere che non ci sono alternative al suo radicarsi. Di farsi sospettare solo dopo aver reso inaccettabili, dopo aver inceppato le logiche che potrebbero ancora opporglisi e magari denunciarne le logiche.
In questo contesto, i senzatetto, gli “esclusi”, tutta la disparata moltitudine di questi messi da parte formano forse l’embrione delle masse che rischiano di costituire la nostra futura società se gli schemi attuali continuano a svilupparsi. Masse di cui tutti quanti noi, o quasi tutti, diventeremo membri. […]
Siamo seri. Lo scandalo è che, lungi dal vedere le zone disastrate uscire dal disastro e raggiungere le nazioni più prospere - come si era creduto di poter credere - si assiste all’insediamento del disastro in società fino a oggi in espansione e del resto ancora ricche come prima, ma nelle quali i modi di acquisizione del profitto si sono trasformati. Hanno progredito, diranno alcuni. Come minimo questi modi si affermano nella direzione di una accresciuta capacità di appropriazione a senso unico, concentrata su un numero di beneficiari sempre più ristretto, mentre la presenza attiva giudicata necessaria, e di conseguenza retribuita, degli altri attori diminuisce.
Tant’è vero che la ricchezza di un Paese non ne fa necessariamente un paese prospero. Corrisponde alla ricchezza di alcuni le cui proprietà sono solo apparentemente localizzate, iscritte in un patrimonio, all’interno di una massa finanziaria nazionale. Esse partecipano in verità di un’organizzazione del tutto diversa, di un ordine del tutto diverso: quello delle lobbies della globalizzazione. Questa ricchezza sfocia esclusivamente su questo tipo di economia, ad anni luce dalla politica ufficiale di un paese, dal benessere o persino dalla sopravvivenza dei suoi abitanti.
Lo stesso fenomeno, sempre, dei pochi potenti, che non hanno più bisogno del lavoro degli altri, i quali possono (qualcuno li aveva avvertiti?) andare a quel paese con i loro stati d’animo, i loro bollettini medici.
Ahimè, non c’è un altro Paese. Non abbiamo geografie di ricambio né altro terreno, e sono da sempre, sullo stesso pianeta, gli stessi territori che vanno dai giardini alle fosse comuni».
Ecco cosa pensa in proposito il grande Nelson Mandela
Il resto è silenzio.
Nicola Borzi
nicolaborzi@gmail.com



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